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Chiesa del SS. salvatore

corso Vittorio Emanuele

 

Storia

Il monastero basiliano del SS. Salvatore e l'annessa chiesa vennero con buona probabilità fondati alla fine del XII secolo, subito dopo la conquista normanna della città. Ben presto, grazie alle donazioni sovrane, e all'acquisizione di feudi e rendite, esso divenne uno dei più cospicui di tutta la Sicilia. Ne accresceva il prestigio la tradizione, non confermata ma tenacemente persistente, che avessero vestito l'abito delle monache basiliane la regina Costanza d'Altavilla, futura madre di Federico II, e la stessa S. Rosalia prima di ritirarsi a vita eremitica. L'iconografia barocca non mancò di ribadire tale credenza, raffigurando sovente la protettrice di Palermo in vesti monacali con la caratteristica croce a due traverse, simbolo dell'Ordine.

 

Descrizione

Nel 1528 l'antica chiesetta normanna venne totalmente riedificata, in proporzioni più vaste. Si sa che, così rimaneggiata, risultò essere suddivisa in tre navate, con tre cappelle per lato e cappellone con due cappellette ai fianchi. La facciata era rivolta ad oriente e dunque prospettava sull'attuale salita del SS. Salvatore.
Nel 1682, nell'intento di possedere un tempio ancor più sontuoso, che si affacciasse sul Cassaro, le monache decisero ancora una volta di ricostruirla, affidandone il progetto a Paolo Amato. I lavori iniziarono quasi subito, e pare che nello scavo delle fondazioni fossero stati rinvenuti numerosi reperti archeologici, costituiti soprattutto da monete.
L'architetto di Ciminna, coadiuvato dal capomastro Giuseppe D'Amato, seguì personalmente la realizzazione fino al 1685, anno in cui gli subentrò il gesuita Angelo Italia. Questi, non modificando il progetto originario, diresse tra l'altro la realizzazione delle due cappelle presso l'ingresso e della facciata, iniziata nel 1687. In essa una coppia di paraste binate serra il nudo partito centrale. Il vasto vuoto sopra il semplice portale lascia supporre che il prospetto sia rimasto incompiuto: ipotesi questa, avvalorata dalla sommaria sbozzatura delle membrature al secondo ordine. Le due nicchie tra colonne dovevano accogliere statue che non vi furono mai poste.
Nel 1689 ad Angelo Italia si avvicendò ancora una volta l'Amato, che realizzò le due cappelle maggiori alle estremità dell'asse minore della chiesa, il cupolino sul presbiterio e infine, nel 1694, la cupola centrale, la loggetta e le nicchie sulla facciata. Nel 1704 la chiesa venne consacrata, mancando però di gran parte della decorazione interna, eseguita lungo tutto l'arco del XVIII secolo.
L'interno è notevolmente rialzato rispetto al piano della via: ascendendo diversi gradini si perviene a questo stupefacente spazio centrico. La pianta concepita da Paolo Amato risulta dall'innesto di una croce greca su un vasto dodecagono irregolare circoscritto ad una ellisse. La conoscenza dell'architettura borrominiana, ma soprattutto di Pietro da Cortona e del Bernini, è in questo caso mediata dall'esperienza diretta, da parte dell'Amato, su un altro notevole impianto planimetrico ellittico esistente a Palermo: quello della chiesa di S. Carlo dei Milanesi (1643-48), dove tra l'altro, egli sarà operante nel 1691. Nel SS. Salvatore i due ordini di paraste sono divisi da una forte cornice che, senza soluzione di continuità, segue l'andamento della pianta, piegando in corrispondenza delle grandi cappelle. Il risultato è una sorta di "affaccio", un ballatoio che le monache potevano percorrere lungo tutto il perimetro, assistendo indisturbate alle funzioni.
La smania di magnificenza ebbe certo un peso determinante nella lentezza di prosecuzione dei lavori: alla morte di Paolo Amato (1714) infatti, la gran parte delle decorazioni risultava incompiuta.
Nel 1721 Giacomo Amato assieme a Gaetano Lazzara disegnò l'altare maggiore della chiesa, andato in seguito perduto. I gravi dissesti procurati dal terremoto del 1726 costrinsero poi lo stesso Amato a progettare un intervento di consolidamento della cupola e delle altre strutture, che già avevano evidenziato tutta l'inadeguatezza del terreno a sostenere un edificio di così imponente mole.
Nel 1763, sotto la direzione di Vincenzo Giovenco, iniziarono i lavori di costruzione dell'enorme loggiato che ingloba la cupola dall'esterno, opera destinata ad una duplice funzione: quella di sostenere la calotta, e l'altra di preservarla dalle infiltrazioni pluviali che ne impedivano l'adeguata qualificazione pittorica. Nello stesso anno poté avere inizio la decorazione del suo intradosso da parte di Vito D'Anna, che vi affrescò l'immensa Apoteosi di S. Basilio, ora purtroppo molto frammentaria. Altri lavori si ebbero nel 1782 sotto la guida di Andrea Giganti, con la realizzazione dei pavimenti marmorei delle due cappelle maggiori di S. Basilio (a s.) e di S. Rosalia (a d.). L'ultimo intervento di rilievo fu la realizzazione del pavimento della grande aula centrale, realizzato nel 1856 sotto la direzione di Giuseppe Patricolo e ora coperto da moquette.
Nel 1943 un violento bombardamento aereo colpì l'edificio, distruggendone quasi totalmente l'interno. Finirono in polvere quasi tutte le decorazioni marmoree, a stucco e a fresco, ivi compresa quella della cupola. Restaurata con criteri scientifici, mostra ora chiaramente il contrasto tra l'originaria decorazione superstite e quella reintegrata, saggiamente lasciata in bianco. È ora adibita ad Auditorium, ma non ha comunque perso la sua funzione di edificio religioso.
La chiesa conteneva numerosissime opere d'arte. Di esse si sono salvate dai guasti della guerra: alle pareti del vestibolo i due affreschi con La guarigione di un bimbo da parte di S. Basilio (a d.) e La predica del Santo (a s.); sulla volta le figure allegoriche della Fortezza, della Prudenza, della Temperanza e della Giustizia, opere di Vito D'Anna del 1762 ca.
La prima grande cappella del lato d. (nella nuova sistemazione divenuta quella principale) ospita sull'altare una tela attribuita al pittore romano Cedri (1725 ca.) raffigurante l'Incoronazione di S. Rosalia, gia nell'omonima distrutta chiesa. La decorazione a marmi tramischi delle paraste, con puttini che reggono simboli relativi alla Santa, fu eseguita da Salvatore e Angelo Allegra verso il 1763.
La cappella successiva reca un Crocifisso tardo-seicentesco posto su un sipario marmoreo a mischio (disegnato forse da Paolo Amato), con le sottostanti statue di S. Michele Arcangelo, della Maddalena e di S. Gaetano. Nelle paraste, puttini che reggono i simboli della Passione eseguiti verso il 1740 da Francesco Maria Gallina e Carlo Ferrera su disegno di Carlo Milleri. Allo stesso periodo è riferibile la decorazione a stucco della chiesa.
Il cappellone maggiore (opposto all'ingresso) è coperto da un cupolino ellittico affrescato da Filippo Tancredi (inizi XVIII sec.) con l'Adorazione dell'Agnello Mistico, ora quasi illeggibile. Nei pennacchi sussistono le figure allegoriche della Fede (s.) e della Carità (d.).
Nella grande cappella del lato s. le paraste recano la solita decorazione a tramischio, questa volta con simboli mariani. Sulla parete s. della cappella è una lapide bilingue (greca e latina) in marmo nero che ricorda la tradizione che voleva S. Rosalia monaca basiliana.
Il Monastero del SS. Salvatore subì anch'esso la quasi totale distruzione in seguito all'ultima guerra. La facciata, per la quale aveva lavorato Andrea Palma nel 1724 con la realizzazione di una "vista" ovvero una loggia sul Cassaro, fu negli anni '50 del '900 ricostruita nelle attuali squallide forme. Del vastissimo isolato che occupava restano alcuni brani inseriti all'interno del complesso scolastico "Regina Margherita", tra i quali è da notare il loggiato settecentesco.

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