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Cattedrale di Palermo

corso Vittorio Emanuele

 

Storia

Summa della cultura artistica palermitana, costituisce il punto di arrivo dell'esperienza fatimita valorizzata e arricchita dalla capacità costruttiva normanna e, nello stesso tempo, un banco di prova per le culture successive che si misurarono con questo edificio-simbolo della città, reinterpretandolo. La fama di luogo sacro, favorita anche dal vicino fiume Papireto, era consolidata da secoli. Qui venne costruito in età paleocristiana un santuario cimiteriale e, nel IV secolo, una basilica, distrutta durante l'invasione vandalica. La basilica, ricostruita tra il 590 e il 604, dopo la conquista musulmana venne trasformata in moschea gâmi (IX secolo).
L'edificio sacro fu restituito al culto cristiano ed ingrandito durante il regno di Ruggero II che vi aggiunse la cappella dell'Incoronata e quella di S. Maria Maddalena (poi distrutta).
Danneggiata dal terremoto del 1169 la vecchia basilica venne completamente ricostruita durante il regno di Guglielmo II, per volontà dell'arcivescovo Gualtiero, e consacrata nel 1185, forse in segno di sfida verso il Duomo di Monreale, chiesa-mausoleo dello stesso sovrano. Una via coperta collegava la Cattedrale al Palazzo Reale.

 

Descrizione

La vasta spianata antistante il prospetto meridionale dov'è oggi l'ingresso della Cattedrale fu ampliata e resa regolare nel 1452 dall'arcivescovo Simone da Bologna al fine di collegare l'edificio sacro al Cassaro, l'antica Strada Marmorea, asse portante della città antica. Questo piano venne usato nei secoli come cimitero, fiera, luogo di festa con macchine spettacolari, tribunale pubblico, sede degli auto da fé. Nel XV secolo viene definito "Piano dei cavalieri", luogo d'incontro della nobiltà. Nel 1575 fu arricchito da una balaustrata di Vincenzo Gagini, poi distrutta e ricostruita un secolo dopo con statue di Santi, alcuni dei quali legati alla storia della città. Quelle sulla via M. Bonello raffigurano, da s., a partire dal prospetto principale della Madre Chiesa: S. Giuseppe, S. Pietro, S. Francesco di Paola (G. B. Ragusa, 1724-25); S. Gregorio, S. Agostino (G. Travaglia, 1673); S. Girolamo, S. Ambrogio (A. Anello); quelle sul Cassaro rappresentano, sempre da s.: S. Agatone, S. Cristina (1655), S. Silvia (1656), S. Agata (1655), opere di C. D'Aprile; S. Rosalia (1655), S. Oliva (1656), S. Ninfa (1655), opere di Gaspare Guercio; S. Sergio (1655), opera di C. D'Aprile. Quelle della via G. di Bologna, infine, raffigurano: S. Mamiliano (G. Travaglia, 1673), S. Eustorgio, S. Proculo (A. Anello, 1673), S. Golbodeo (G. Travaglia, 1673). Nel piano, sulla sinistra, si trova la macchina marmorea di S. Rosalia di Vincenzo Vitagliano, eretta nel 1745 come ringraziamento per la liberazione dalla peste.
Della Cattedrale normanna dedicata a Maria Assunta (originariamente a pianta basilicale), rimangono i muri della navata principale, le quote basse delle torri e del torrione occidentale, al quale è collegata da arconi, la parte superiore dell'antititulo, tra le absidi e il coro, il prospetto absidale.
Il carattere di "ecclesia munita", chiesa-fortezza, dato dalla praticabilità delle quote alte della chiesa e dalle torri scalarie che bloccano ai due estremi l'edificio, si stempera nell'inusuale allungamento dei corpi stereometrici e nel ricco decorativismo tipico del periodo guglielmino. In particolare nel corpo absidale la ricca decorazione tarsica si rifà all'arte tessile nell'alternanza di motivi geometrici e animaleschi.
Nel XIV secolo una maggiore sensibilità al verticalismo e alla varietà porta a modificare i volumi della chiesa elevando i campanili delle quattro torri e decorando la facciata principale che prospetta su via Matteo Bonello, ex "salita dell'Angelo Custode". Una cornice mistilinea inquadra nella facciata la bellissima bifora chiaramontana in asse con il portale goticheggiante (1352), sormontato da un'edicola con la Madonna. Ai lati lo stemma aragonese e quello del Senato cittadino. Le moderne porte bronzee sono di Filippo Sgarlata (1951).
La valorizzazione scenografica della Cattedrale voluta dagli arcivescovi palermitani nel XV secolo portò alla creazione del portico meridionale (l'attuale ingresso), capolavoro dell'architettura gotico-catalana, costruito nel 1453 forse utilizzando strutture preesistenti. Due massicci piloni serrano l'elegante loggia con tre fornici ogivali posti sopra colonne di riporto, di cui una con iscrizione coranica. Sul timpano si ha il rilievo con l'Annunciazione, Dio benedicente e gli Angeli musicanti tra fitti ramages vegetali sopra una teoria di Santi e gli stemmi del Regno di Sicilia, del Senato cittadino e della Fabbriceria del Duomo. Più in basso è stata portata alla luce, con i restauri del 1992, una decorazione a girali con un Albero della Vita, uno tra i più ricchi esempi di architettura dipinta su esterni. All'interno della loggia è lo splendido Portale di Antonio Gambara (1426) con battenti in legno intarsiato di Francesco da Castellammare. Ai lati i monumenti commemorativi di Vittorio Amedeo (1713) e di Carlo III (1735) e alcune statue del distrutto retablo gaginesco. Le due erme neoclassiche, alla s. del portale, affiancano una targa celebrativa (1798) di Ferdinando III di Borbone.
Nel lato settentrionale, nell'attuale via dell'Incoronazione, venne aggiunto il portico settentrionale (1563-67), a cui lavorarono Fazio e Vincenzo Gagini. Oggi è fruibile nella ricomposizione tardo-settecentesca.
Fino al XVIII secolo i tentativi di reinterpretazione della Cattedrale adeguandola ai tempi e alle mutate esigenze non avevano travisato la struttura dell'edificio sacro, che nel 1781 verrà trasformato dall'architetto Ferdinando Fuga con l'aggiunta dell'ingombrante cupola, l'ampliamento delle navate laterali sormontate da cupolette maiolicate, e la riconfigurazione dell'interno. La direzione dei lavori fu, comunque, in massima parte dovuta a Giuseppe Venanzio Marvuglia e Salvatore Attinelli.
Nel 1826-35 su progetto di Emmanuele Palazzotto vennero elevati i campanili del blocco occidentale. Restauri e "ammodernamenti" si sono avvicendati dal 1949 al 1960. Dal 1982 è stato avviato un programma di restauri promosso dall'Assessorato dei Beni Culturali e Ambientali.
L'interno della chiesa ha subìto drastiche trasformazioni rispetto all'impianto originario che privilegiava lo spazio cubico del santuario. La basilica molto allungata, a tre navate divise da gruppi tetrastili in granito, che reggevano archi ogivali, venne trasformata (tra il 1781 e il 1801) in uno schema a croce latina, unificando nel transetto le ultime quattro cappelle e allungando il coro. Il grandioso retablo (1507) di Antonello Gagini con 42 statue di Santi poste in tre ordini, che occupava lo spazio del presbiterio nascondendo l'abside e facendo da fondale monumentale, fu completamente smembrato. Venne distrutto il ricco apparato decorativo con stucchi, marmi ed affreschi che rivestiva tutte le cappelle. Anche i soffitti lignei originali furono sostituiti da coperture in muratura. Brani del primitivo pavimento rimangono solo nella zona dell'antititulo e del coro. I gruppi tetrastili furono sostituiti da pilastri, e le colonne, rimpicciolite e levigate, furono usate come elemento decorativo. Un respiro spaziale e decorativo classicheggiante informa oggi l'interno della chiesa, pausata da grandi arconi centrici che sostituirono gli originari ogivali e che scandiscono il percorso nella navata centrale. Nel 1950 i pilastri vennero abbelliti con le statue di Santi provenienti dal retablo di Gagini.
1. Tombe reali: a sinistra dell'ingresso della chiesa, dopo la cappella della Madonna della Lettera, in due cappelle comunicanti vennero trasferite le tombe reali in origine collocate nel coro. In primo piano il sarcofago in porfido di Federico II (m. 1250), forse in origine destinato a Ruggero per il Duomo-mausoleo di Cefalù e trasportato a Palermo nel 1213. Dentro l'urna si trova anche il corpo di Pietro d'Aragona (m. 1342). Dietro vi è il sarcofago di Ruggero (m. 1154) sorretto da uomini accosciati sotto un baldacchino con decorazioni musive. A sinistra i sarcofagi simili di Arrigo VI e di Costanza d'Altavilla, in porfido rosso sotto un baldacchino con decorazioni plastiche il primo, musive il secondo. Sulle pareti laterali le tombe di Costanza d'Aragona, prima moglie di Federico II entro un sarcofago romano con scene di caccia, e il sarcofago di Guglielmo Duca di Atene (1338) effigiato con l'abito domenicano.
2. Nei pilastri della navata principale in corrispondenza con l'ingresso vi sono due acquasantiere: la prima di Giuseppe Spadafora e Antonio Ferraro (1553) di scuola gaginesca; la seconda dalle finissime decorazioni attribuita a Domenico Gagini.
Nella navata sinistra si possono notare:
3. Il fonte battesimale ottagonale di Filippo e Gaetano Pennino (1801);
4. cappella di S. Maria degli Angeli con rilievi dei Gagini;
5. cappella di S. Cristina, successiva a quella di S. Antonio, conserva un dipinto di Giuseppe Velasco;
6. cappella di S. Agata con una tela raffigurante il Matirio della Santa di Pietro Martorana (XVIII secolo);
7. cappella con la Madonna Libera Inferni statua della Vergine di F. Laurana (1469).
8. Crocifisso trecentesco su una croce in agata del '700, ai piedi la Madonna e la Maddalena di Gaspare Serpotta (1664);
9. cappella del SS. Sacramento costruita, come la simmetrica dedicata a S. Rosalia, tra il 1626 e il ‘35, ha un ciborio in lapislazzuli eseguito su disegno di Cosimo Fanzago (1663).
10. Nel profondo presbiterio si conservano alcuni brani dei pavimenti normanni intarsiati. Del grandioso retablo di Antonello Gagini rimane solo un Cristo risorto e qualche altra statua alle pareti e nei pilastri della navata centrale. Ai due lati, gli stalli lignei in stile gotico-catalano di pregiata fattura (1466). D'età normanna rimangono il candelabro per il cero pasquale e il trono episcopale sulla sinistra con preziose decorazioni musive. Affreschi sull'abside di Mariano Rossi (1802).
Navata destra:
11. cappella di S. Rosalia: conserva l'urna in argento con le reliquie della "Santuzza". Nelle pareti laterali bassorilievi di V. Villareale (1830). Prima della trasformazione neoclassica, la cappella era interamente rivestita di marmi mischi, eseguiti su disegno di Mariano Smiriglio, primo esempio di tale decorazione a Palermo.
12. cappella di S. Ignazio, protagonista di un quadro di Pietro Novelli sull'altare (Apparizione della Vergine ai SS. Ignazio e Francesco Saverio, 1633-34);
13. cappella del beato Geremia con un quadro del titolare, opera di A. Manno (1785);
14. cappella delle Reliquie con le urne dei Santi palermitani; per l'altare è stata utilizzata la lastra della tomba di S. Cosmo (XII secolo).
Dopo la cappella di S. Francesco di Paola con decorazioni in marmi mischi, vi è la
15. cappella dell'Assunta, con i bassorilievi di Antonello e Fazio Gagini (1535) e sull'altare un quadro di Giuseppe Velasco (1801). Sul pavimento vi è una meridiana solare, costruita dall'astronomo G. Piazzi nel 1798, su commissione dell'Arcivescovo Filippo Lopez y Royo. A mezzogiorno viene illuminato il segno zodiacale del mese posto lungo un asse di rame. Segue l'accesso all'Antisacrestia, nelle cui pareti vi sono piastrelle maiolicate siciliane del ‘700; sulla destra vi è la sala del
16. Tesoro che conserva la corona di Costanza d'Aragona, capolavoro dell'oreficeria medievale, eseguito nell'opificio di Palazzo Reale. Di notevole interesse anche un breviario miniato del XV secolo, una teca d'avorio del XIII secolo, ostensori, reliquiari, paramenti sacri e vari oggetti trovati nei sepolcri reali. A sinistra dell'Antisacrestia si trova la
17. Sacrestia dei Canonici, un vano allungato coperto da volte a crociera costolonate forse costruito sui resti della ruggeriana cappella della Maddalena. Sulle pareti stavano i ritratti dei canonici del Capitolo della Cattedrale oggi al Museo Diocesano. I due ricchi portali sono attribuiti a Vincenzo Gagini (1568), con le imposte lignee ad intarsio di Vincenzo Pernaci (1569).
18. Sacrestia Nuova del XVI secolo, prima sede del Tesoro con la Madonna della Scala di Antonello Gagini (1503). Da un portale a sinistra della Sacrestia dei Canonici si perviene alla Cripta e ad un
19. vano quadrangolare absidato, che è ciò che rimane dell'antico antititulo della chiesa normanna, insieme ad un altro vano simmetrico dalla parte opposta. Nel restauro è stata recuperata l'originaria elevazione, le tracce di una loggetta che lo coronava, due monofore sotto il grande oculo, una piccola muqarnas. Bello il portale tre-quattrocentesco, forse in origine posto all'esterno, che separa il vano dalla sacrestia. Da qui si accede alla Cripta. Essa è coeva o di poco posteriore alla cattedrale gualteriana, quando si riorganizzarono gli spazi racchiudendo in un'unica area le torri nord-est e sud-est e le tre absidi della cattedrale normanna. È un vano rettangolare diviso in due navate da colonne di riporto, utilizzate da edifici preesistenti. In un lato della Cripta vi sono sette absidi che avevano annicchiate agli angoli colonnine in granito. Nel XIX secolo Valenti la restaurò rialzandone la pavimentazione. Per i sarcofagi degli arcivescovi palermitani, tra cui quello di Gualtiero e di Simone da Bologna, sono state utilizzate urne di età classica e paleocristiana; il sarcofago dell'arcivescovo Giovanni Paternò (m. 1511) è della bottega dei Gagini.
Due cunicoli d'incerta funzione forse collegavano la Cripta con l'interno della chiesa o più probabilmente con il Vecchio Arcivescovato e, tramite la via Coperta, con il Palazzo Reale.

 

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